Oratorio Salesiano Chioggia

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Commento 4° di Pasqua - 29/04

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

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[Padre Ermes Ronchi] Con la formula solen­ne delle rivelazioni, Gesù afferma: Io sono il buon pastore. Per far­ci capire cosa intende per «buono», per cinque volte ripete il verbo offrire.
Ciò che il pastore offre è la vita, è questo il filo rosso dell’intera opera di Dio. L’Opus Dei, il grande lavoro di Dio, è offrire vita. E non so immaginare migliore avventura: io sono vaso che accoglie vita, anfora che si esercita a ricevere più vita.
Io sono il pastore bello, dice letteralmente il testo greco, e la bellezza del pastore, il suo fascino stanno in que­sto slancio vitale inarresta­bile, nella gioia di vedere la vita fiorire in tutte le sue for­me.
Io do la vita: offrire la vita non significa per prima co­sa morire, perché se il pastore muore le pecore sono abbandonate e il lupo rapi­sce, uccide, vince. Dare la vita qui è inteso nel senso primo, come hanno compreso gli apostoli: della vite che dà linfa al tralcio (Giovanni); dell’ulivo inne­stato che trasmette potenza buona al ramo selvatico (Paolo); di uno che essendo l’autore della vita (Pietro), l’ha inventata ma soprat­tutto la scrive, in questo mo­mento, sillaba per sillaba, sulle tavole di carne che so­no io. Linfa divina che ci fa vivere, che respira in ogni mio respiro, nostro pane che ci fa quotidianamente dipendenti dal cielo.
Come passeri abbiamo il ni­do nelle sue mani. Le mani di Dio: mani di pastore con­tro i lupi, mani impigliate nel folto della vita, mani che proteggono la fiammella smorta, mani sugli occhi del cieco, mani che scrivono nella polvere e non scagliano pietre, mai, mani trafitte offerte a Tommaso. Da quel­le mani nessuno mi rapirà mai, mani di pastore, il solo che per i cieli mi fa cammi­nare
(Turoldo). Il Vangelo si chiude con u­na frase solenne: questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio. Non un co­mando ma il comando, quello che ti fa pastore bel­lo e fa bella la tua vita: il co­mando di offrire, donare.
Dare la vita è innanzitutto offrire il segreto della vita. Questo ho imparato da Gesù, che la vita è dono, che il segreto della vita è dare, che l’asse della storia è il dono, che ogni uomo per stare be­ne deve dare. Ma perché per stare bene o­gni uomo deve dare? Perché questa è la legge della vita. Perché così fa Dio. Se non dai vita attorno a te, entri nella malattia. Se non dai a­more, un’ombra invecchia il cuore.
La felicità di questa nostra vita ha a che fare con il do­no. E con il diventare pastori buoni, belli, di un picco­lo, minimo gregge affidato alle nostre cure.

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