Oratorio Salesiano Chioggia

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Il fuoco dell'amore deve propagarsi

Rispondere ai bisogni dei “giovani poveri e abbandonati” in tensione salvifica GLOBALE, con lungimiranza e sguardo aperto sull’intero universo giovanile.

Gli inizi dell’Oratorio sono commoventi: «Egli si dava in casa a più altre occupazioni. Non potendosi fidare di prendere gente di servizio, con sua madre faceva ogni lavoro domestico. Mentre Margherita si occupava della cucina, presiedeva al bucato, adattava e cuciva la biancheria e accomodava gli abiti logori, egli attendeva a tutte le più minute faccenduole. D. Bosco in questi primi anni, facendo vita comune coi giovani, allorché non si muoveva di casa era pronto ad ogni servigio. Al mattino insisteva perché i giovani si lavassero le mani e la faccia; ed egli a’ pettinare i più piccoli, a tagliare loro i capelli, a pulirne i vestiti, assettarne i letti scomposti, scopare le stanze e la chiesuola. Sua madre accendeva il fuoco ed egli andava ad attingere l’acqua, stacciava la farina di meliga o sceverava la mondiglia dal riso. Talora sgranava i fagiuoli e sbucciava pomi di terra. Egli ancora preparava sovente la mensa per i suoi pensionarii e rigovernava le stoviglie ed anche le pentole di rame che in certi giorni facevasi imprestare da qualche benevolo vicino. Secondo il bisogno fabbricava o riattava qualche panca perché i giovani potessero sedersi; e spaccava legna.

Per risparmiare spese di sartoria tagliava e cuciva i calzoni, le mutande, i giubbetti e coll’aiuto della madre in due ore un vestito era fatto» (Memorie Biografiche III, 359).

La storia mostra come l’impegno di don Bosco inizia con i giovani incontrati negli anni ’40, in gran parte migranti, abbandonati a se stessi. Il suo apporto iniziale è prevalentemente pastorale, ma subito si allarga ad un’azione caritativa, assistenziale, educativa e formativa globale, per rispondere a tutti i loro bisogni materiali e spirituali, temporali ed eterni. Il “fuoco di carità” che lo spinge a lavorare per la “salvezza delle anime”, lo orienta ad un’azione salvifica concreta, religiosa e insieme civile e morale.

La “porzione” della speranza:

Nel 1849, don Bosco fa stampare un Avviso Sacro in cui scrive: «La porzione dell’umana società su cui sono fondate le speranze del presente e dell’avvenire, la porzione degna dei più attenti riguardi è, senza dubbio, la gioventù. Questa, rettamente educata, vi sarà ordine e moralità al contrario, vizio e disordine. La sola religione è capace di cominciare e compiere la grand’opera di una vera educazione” (Memorie Biografiche III, 605).

Mentre offre ai giovani strumenti formativi integrali per farli «buoni cristiani e onesti cittadini», mira a rigenerare la società e la cultura. Il suo percorso non è quello dei filosofi e degli ideologi. Don Bosco non è un pensatore né un rivoluzionario, ma un formatore. Inizia a rispondere alle esigenze immediate dei giovani che incontra. Così dal catechismo passa all’Oratorio festivo, poi alla “casa annessa” con laboratori e scuole ginnasiali, all’apostolato della stampa, alla fondazione della Società Salesiana e delle Figlie di M. Ausiliatrice, all’apertura di Collegi e Ospizi fuori Torino, alle missioni, all’Unione dei Cooperatori, alla cura delle vocazioni giovani e adulte.…

La mente e il cuore

Con il tempo e il mutare delle situazioni sociali, l’idea di “giovani poveri e abbandonati” si allarga a fasce più ampie. Alla povertà economica e all’abbandono educativo dei giovani accolti nei primi anni, si aggiunge la percezione di altre povertà: affettive, educative, sociali, culturali, valoriali, morali, religiose, spirituali.… Tra 1841 e 1888 la società mondiale si trasforma sotto la pressione del progresso, del commercio, dell’industria, del desiderio di riscatto popolare, delle ideologie, delle leggi, delle ambizioni politiche e nazionalistiche, del colonialismo, delle migrazioni. La gioventù povera e abbandonata aumenta, a tutti i livelli ed in ogni parte del mondo. Per “salvare” questi giovani non bastano il catechismo e la pastorale domenicale: è necessaria un’azione formativa globale, che incida sulla mente e sul cuore.

Un progetto strutturato

Don Bosco allarga gli orizzonti, articola le proposte, amplia la sfera delle attività. L’Oratorio festivo rimane l’esperienza di riferimento esemplare, ma non basta più. Per raggiungere un numero più vasto di giovani e per dare loro gli strumenti salvifici e formativi necessari nei nuovi scenari, egli si lancia in imprese più vaste, cavalcando soprattutto la domanda di istruzione scolastica e professionale. Anche l’empirismo educativo dei primi anni e la conduzione familiare della casa sono ripensati per un sistema educativo organico, adatto alle nuove opere, che integri esperienza storica e nuove esigenze: gli anni ’70 e ’80 per don Bosco sono caratterizzati da riflessioni che producono documenti di grande valore pedagogico. Anche l’organizzazione delle opere richiede una più avvertita regolamentazione: nel 1877 vengono stampati il Regolamento per gli esterni e quello per le Case (cfr OE XXIX), che si presentano come veri progetti educativi e pastorali adatti a opere complesse e comunità educative articolate.

Come lievito nel mondo

Intanto, a livello ecclesiale, emerge un nuovo modello di credente, testimone attivo e partecipe, che chiede una spiritualità idonea alla sua missione nel mondo, percorsi formativi e pastorali adatti. Anche questo spinge don Bosco all’azione: dalla preoccupazione di formare buoni cristiani e onesti cittadini passa ad un obiettivo più ambizioso: è necessario anche attrezzarli per una missione caritativa, apostolica e testimoniale nel sociale.

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